Meno è meglio

Il libro di cui avevo parlato nel post precedente, Vita su un pianeta nervoso di Matt Haig, mi ha lasciato moltissimo. Oserei dire che addirittura è quello che mi ha dato il messaggio più forte degli ultimi tempi. L’insegnamento più importante che ho ricevuto è quello di cui mi rendo conto di sentire maggiormente la necessità in questo periodo della mia vita: meno è meglio. Me ne sono accorta da un paio di settimane. Dovete sapere che la mia palestra, per un problema amministrativo, è chiusa da un mesetto (anche se dovrebbe riaprire a breve) e nel frattempo ci stiamo appoggiando a una struttura nelle vicinanze, che non è attrezzata come la nostra perché loro si occupano di boxe, arti marziali e combattimento in generale. Dunque c’è il ring, c’è un percorso ovale molto bello in cui correre, ci sono tanti sacchi diversi appesi ma c’è una sala attrezzi grande quanto la cucina di casa mia, con pochi macchinari, alcuni dei quali vecchiotti e secondo me tarati male (sembrano sbilanciati, a volte mi sembra di far più forza con un lato del corpo che con l’altro), e non ci sono cyclette o tapis roulant per fare cardio. Eppure mi sto appassionando, sto facendo sala attrezzi, cosa che non avevo mai fatto perché seguo un istruttore che fa dei corsi. Mi sento perfettamente a mio agio in quella saletta piccola, con poca roba a disposizione, non ho l’imbarazzo della scelta e sono perfettamente padrona di me stessa. Mi è capitato, nella mia palestra, invece, di vagare per la sala attrezzi non capendo cosa fare prima, verso quale macchinario dirigermi.

Meno è meglio anche in altri campi della vita. Negli ultimi due mesi soprattutto mi è capitato di sentirmi un colabrodo, di sentire che non riesco a reggere tutto e tutti perché mi sono stancata di gestire sempre tantissime situazioni, magari sopportando in silenzio – anche per educazione – cose che mi facevano del male. Persone che si credono simpatiche e fanno battute spiritose senza capire che lo scherzo è bello quando dura poco e che non ti devi attaccare al cervello; persone che insistono e insistono e insistono, quando io sono una persona chiara, se dico sì è sì, e se dico no è no, non cambio idea e mi dispiace se si offendono, ma non posso vivere per far piacere a loro o perché sono viziati e non sono abituati a qualcuno che dica loro di no; persone che vivono di melodrammi basati sul nulla, aria fritta avvolta in un’ansia che ti riversano addosso senza preoccuparsi che quel carico poi rimane a te. Ecco, io ho bisogno di leggerezza che, come diceva Calvino, non è superficialità, e di positività, di rispetto soprattutto. Non è rispetto quando ti dico che non posso o non ho voglia di uscire, e tu non solo insisti allo sfinimento, ma alla fine mi accusi pure di inventarmi impegni immaginari o di non volerti vedere. Che poi alla fine le cose diventano vere: continui a dire che non voglio vederti fino a quando non mi fai passare la voglia e non voglio vederti davvero. E non capisci che se non voglio partecipare a quell’uscita c’è un motivo, o più di uno, e tu invece di interpretarlo o chiedermelo, ti concentri solo su quanto rosichi per io ti ho detto di no.

Io tutto questo stress non lo voglio. Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tante cose e persone perché, davvero, meno è meglio.

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Impazzire in un mondo pazzo

Da circa una settimana sto leggendo Vita su un pianeta nervoso, un libro di Matt Haig uscito da poco per edizioni e/o che i suoi 15 euro li vale tutti (ne parlo qui e non sul blog libresco perché sono riflessioni personali, ma forse lo farò anche di là in maniera più professionale e distaccata). Lo sto assumendo come un farmaco, a piccole dosi ogni sera prima di dormire e non faccio altro che riflettere su una serie di cose che dentro di me so, ma delle quali forse dovevo prendere atto. Il libro è incentrato sulla convinzione di Haig – e non solo sua, dato che corrisponde a verità – che abitiamo su un pianeta che sta impazzendo e che stiamo tutti impazzendo insieme a lui. La conseguenza di ciò è il numero sempre più alto di gente che soffre di disturbi d’ansia, ma da cosa è causata quest’ansia? Da tantissimi fattori, tra cui spicca l’enorme scelta che abbiamo di ogni cosa. Vogliamo un libro? Ce ne sono a miliardi. Vogliamo contatti? Ne abbiamo tantissimi, e infatti spesso non riusciamo a star dietro a tutti (chiamate, messaggi Whatsapp, messenger, messaggi privati su Twitter, sms per chi ancora li usa). Vogliamo ascoltare una canzone? Andiamo su Youtube e ne abbiamo a bizzeffe, ma siccome insieme al pianeta acceleriamo anche noi capita spesso che non riusciamo a finire di ascoltarne una che già clicchiamo su un’altra che abbiamo visto sulla barra laterale e che magari ci piace anche di più.

Non l’ho ancora finito, non sono neanche a metà, ma un grande impatto su di me ha avuto il capitolo dedicato ai social network. Haig parla perlopiù di Twitter, perché è quello che ha usato di più e conosce meglio, anche se confessa di essersene allontanato perché stava iniziando a nuocere alla sua salute mentale e fisica, ma il concetto è valido per tutti: siamo iperconnessi, dobbiamo riuscire a scollegarci.
Quante volte capita che non abbiamo niente da fare e ci mettiamo a scorrere la home di un social, poi guardiamo l’orario e scopriamo che è passato un sacco di tempo? Quante volte capita che scriviamo una cosa, arriva qualcuno che non è d’accordo, si arrabbia (perché ormai sembra che un parere contrario si possa esprimere solo aggredendo l’altro, lo scontro invece del confronto) e fa arrabbiare pure noi? Negatività contagiosa. Quante volte capita che postiamo una roba che per noi è seria e arriva qualcuno che o non lo capisce o vuol fare il simpaticone, e allora ci mette la faccina che ride o un commento insulso che ci fa venir voglia di cancellare tutto? Che è precisamente uno dei motivi per cui anni fa decisi di aprire l’altro blog e poi è nato questo. Quante volte vogliamo scrivere qualcosa che pensiamo ma ci preoccupiamo dell’immagine che diamo a chi non ci conosce? Cosa assurda, se ci pensiamo razionalmente, perché tutti, semicitando Whitman, ci contraddiciamo, siamo vasti, conteniamo moltitudini, e non è detto che non cambiamo mai idea o che in un dato momento pensiamo una cosa che il giorno dopo non pensiamo più.

E vi sbagliate se pensate che sia solo una questione di persone e di menti, se pensate che non sia colpa del mezzo, ma che la colpa sia solo dell’uso che se ne fa. No, anche la persona più intelligente ci casca, anche il più furbo, magari in un momento di distrazione o in cui abbassa la guardia, può arrabbiarsi, restare ferito da ciò che legge.

Per quanto mi riguarda ho smesso da un po’ di tempo di trattare argomenti seri sui social, specialmente su Facebook (che è quello dove non hai limiti di spazio e puoi scrivere di più). Li uso per rimanere aggiornata su libri, sport, danza, gli eventi della mia scuola di ballo, e cose che m’interessano, ma ecco, non riuscirei più a dire che cosa penso del fatto politico o di cronaca di ieri, delle donne che decidono di non avere figli, nemmeno dei no vax. Su Instagram e Facebook mi limito ormai a parlare (o a postare foto di) gatti, cibo, libri e danza. Twitter invece è stato una scoperta, mi ci sono avvicinata di più da qualche mese e devo dire che la fauna è diversa, le persone non so per quale motivo sono meno aggressive, più propense alla comprensione (in tanti, compresa me, parlano di sé, si aprono e hanno meno paura di farlo, cosa che trovo bellissima), e sembra che non si alzino la mattina con l’unico scopo di andare a litigare col prossimo.
Facebook mi angustia ogni giorno di più, mi dà l’idea di una grossa vetrina in cui tutti sono impegnati a farsi vedere e ad eccellere, cosa di cui a me – per come sono fatta – non frega niente. Al massimo può infastidirmi l’ostentazione di qualsiasi cosa, ma non ci soffro. È una gara:

  • a chi viaggia di più, e tu magari non ami viaggiare ma ti piace il calore di casa tua;
  • a chi ha il cane più bello, e il tuo magari è un batuffolo spelacchiato preso al canile;
  • a chi legge la roba più intellettuale, e tu magari non riesci a leggere Proust;
  • a chi è più alta, bionda e con gli occhi azzurri come Barbie, e tu magari sei una ranocchietta di un metro e cinquanta con gli occhiali a fondi di bottiglia;
  • a chi si diverte di più e ha la vita più bella, quando tu invece ami passare il sabato a guardare un film sul divano con un pacco di patatine;
  • a chi si sposa, fa figli, si realizza lavorativamente prima di te, quando tu non hai ancora concluso molto.

Perché la gente ha questo bisogno di dimostrare agli altri cosa fa, quanto vale, quanto sia migliore degli altri? Perché ci ritroviamo tutti come la carne appesa in macelleria? Perché mi ritrovo continuamente le home intasate dalle dirette degli amici che fanno vedere tutto quello che fanno i loro bambini, che ci mostrano foto di ogni serata, oppure ci comunicano “sto cucinando l’ossobuco” o “sto per andare in palestra” con relativo selfie sportivo. Capitolo a parte quelli che si taggano negli ospedali. O i lurker, che nel gergo di internet sono quelli che non partecipano a discussioni, non postano niente, ma leggono, visualizzano e sanno tutto.
E ragazzi, c’è poco da fare, non importa che diciamo “Ah, io non ho Facebook” oppure “Ah, io li uso in modo diverso”. No. Ci siamo tutti dentro, in un modo o nell’altro. A me sembra una catastrofe e l’unica soluzione è riuscire a scollegarsi di più e più spesso (non definitivamente perché hanno comunque la loro utilità).

Far rumore

L’altra sera sono stata da lui, ché eravamo entrambi poco socievoli e per motivi diversi,non avevamo voglia di uscire. Ho portato birre e patatine e ci siamo messi a vedere un film su Netflix. Io, per mia natura, sono una persona estremamente pacata, almeno all’esterno, che cerca sempre di dar fastidio il meno possibile al mondo. Motivo per cui, dopo essermi seduta per caso sul pacco di patatine e averlo fatto esplodere con un botto simile a quello che fanno le confezioni dei Brioss quando li aprite facendo i fighi, ho immaginato che avrei fatto un casino assurdo masticando le patatine che, vuoi o non vuoi, scrocchiano assai. Le guardavo, ci pensavo, poi non le prendevo. Fino a quando lui ha preso il pacchetto e me l’ha dato. Perché, come mi ha detto più tardi, si “sentiva” che le volevo e non le prendevo per non fare rumore, per non dare fastidio (non pensavo di essere così trasparente per lui, e non solo per questo). E mi ha detto anche che in un certo senso è sbagliato, perché se in generale voglio qualcosa, la devo fare, devo fare rumore. Patatine o altro che sia.

Credo che sia un buon punto di partenza per correggere quello che potenzialmente è una bella qualità (l’essere pacati, il non voler dare fastidio, non fare rumore) ma che portato all’eccesso diventa un limite personale. E stare in sua compagnia mi piace perché è una persona che in qualche modo ha da insegnarmi qualcosa, che se crede che io sbagli in qualcosa (senza avere la presunzione di aver sempre ragione) me lo dice. E posso imparare, migliorarmi, quando capisco io stessa che ne vale la pena.

Dunque sì, fare più rumore, scrocchiare patatine quando voglio mangiarle anche se la persona accanto a me sta guardando il film, pensare che non tutto quello che faccio può dar fastidio al prossimo. Non è un proposito per il nuovo anno, ma ci provo già da ora.

Gli abbracci

So di essere una persona particolare, ma in fondo sarebbe anormale se fossimo tutti uguali e funzionassimo tutti allo stesso modo. Per quanto mi riguarda, io non amo il contatto fisico, non mi piace essere toccata da persone con cui non ho una enorme confidenza, e gli abbracci sono un tasto dolente. Forse, anzi sicuramente, diamo tutti un significato diverso alle cose, ma io non abbraccerei mai una persona con cui non condivido una certa intimità, è una cosa che non sono abituata a fare nemmeno in famiglia. E non è che siamo tutti insensibili, cattivi o abbiamo carenze d’affetto, ma questo affetto ce lo dimostriamo in altri modi.
Questa cosa stona a molti, che ti vengono spesso a dire che è perché sei timido, perché non vieni abbracciato abbastanza, o perché non sai abbracciare. Ma non ho capito, è una cosa che si deve fare per forza? Non è più semplice rendersi conto che a molti può semplicemente non piacere? E niente, non lo capiscono e ti devono abbracciare per forza, stringerti, e tu rimani lì come uno stoccafisso, incapace di muoverti, sperando che quella persona si tolga da lì al più presto. Per educazione non le dici niente, e quindi quella nemmeno capisce di averti costretto a qualcosa che odi, di averti in qualche modo fatto violenza. Una volta una conoscente mi ha detto: “Dato che non vuoi essere abbracciata, quando ci vediamo ti acchiappo e ti spupazzo”. Ecco, alle mie orecchie questa frase non suona affatto bene, mi sembra più una minaccia che una cosa affettuosa. Voi andate in giro a fare appositamente agli altri qualcosa che li infastidisce? Io, onestamente no.

Per me l’abbraccio ha un valore altissimo, ho abbracciato pochissime persone che per me hanno avuto importanza e con cui avevo un legame forte, persone che ho amato e che mi hanno amato, e adesso una persona che frequento da un bel po’ (ma ecco, lo sento vicino a me e c’è quel rapporto per cui il contatto fisico non è fuori luogo, e le sue braccia sono spesso un rifugio per me).
Il punto è che dovremmo renderci conto più spesso che gli altri non la pensano come noi, che non dobbiamo comportarci con tutti allo stesso modo e che quello che per noi è bello per gli altri può non esserlo. E non sono io ad essere strana, ma è il mondo che è vario e bisognerebbe avere la sensibilità di rispettare tutti.

Il vuoto

Qualche giorno fa sono andata a un funerale, è morto il papà di una cara amica di famiglia che era anziano e malato. Mettendo da parte il dispiacere per l’amica, per tutta la famiglia, e per quel signore che era una gran persona per bene, mi sono trovata immersa in riflessioni di vario tipo mentre, dopo la messa, ci siamo messi in fila per dare un bacio ai parenti. Insomma, mi è capitato di sentire quello che le persone dicevano una volta arrivate lì, di vedere le espressioni sui loro visi e di provare a capire quali fossero sincere e quali no (e in questo mi sbaglio di rado). Va detto che intorno a queste persone, soprattutto la nostra amica, c’è tanto affetto, lei è una donna che si fa voler bene, ma era palese che molti fossero lì perché ci dovevano essere e dicessero frasi di circostanza che erano vuote, prive di ogni significato.
Ed è su questo che m’interrogo. Non è penoso ripetere a pappagallo cose che tutti dicono perché credono di dover dire? Non è penoso fare una faccina triste (per intenderci, le faccine fasulle di Barbara D’Urso? quelle) perché è un funerale e allora devi essere triste? Che significato ha un “non ci sono parole” detto a una a cui è morto il padre? È chiaro che non ci sono parole. Oppure un “mi dispiace”. È chiaro che ti dispiace, chi sarebbe contento della morte di un tuo parente?

Non so, magari sono pignola, per il mio continuo rimuginare su tutto – un faticoso rimuginare su tutto – ma spesso mi viene da pensare al vuoto che sta dietro alle nostre azioni e alle nostre parole, alle reali intenzioni. In quel caso a me non viene da dire niente, perché se è vero che non ci sono parole allora non dico alcuna parola, ti abbraccio e basta, ti dimostro il mio affetto con la forza o l’intensità delle mie braccia intorno a te. Ti penso, ti chiamo nei giorni successivi per vederci e farti svagare un po’. Ti parlo d’altro, ti chiedo di andare insieme a fare la spesa. Ma non parlatemi di frasi di circostanza, perché non ne posso sentire più.

Senza ombrello

Ci sono cose che non ho mai provato nella vita e che ho sempre voluto che succedessero. Sono sempre stata quella forte, quella che mantiene sempre il controllo, che non si lascia andare alla disperazione o alla confusione, che è una roccia sia per se stessa che per gli altri. E forse anche per questo, per il modo in cui gli altri mi vedono, non mi è mai stato possibile appoggiarmi davvero a qualcuno, lasciarmi andare per un attimo e dire “Aiutami perché adesso non ce la faccio”. Perché ce l’ho sempre fatta, non sono mai caduta del tutto, non ho mai chiesto a nessuno e non so nemmeno se quell’eventuale qualcuno una mano me l’avrebbe data, così occupato a vomitarti addosso i suoi problemi senza pensare ad aiutare te, dato che sei quella che non ne ha bisogno mai, di aiuto.

È una cosa stancante, ho sempre un livello di attenzione altissimo. Ho sempre voluto incontrare qualcuno che fosse più di me: più alto di me (non mi sono mai sentita più “piccola”, più “protetta” anche se di protezione proprio non ho bisogno ma deve essere una bella sensazione), più forte di me, più stabile di me, più sincero di me, più valido. Quando pensavo di averlo incontrato, scavando più a fondo c’erano delle crepe, ma non è quello il punto.

Sto lì, semplicemente, senza ombrello perché ormai non ne ho più bisogno, a farmi scivolare addosso la pioggia come se niente fosse.

Rispetto degli spazi altrui

Siamo tutti diversi. Io a volte percepisco un sovraccarico, perché sono una di quelle persone su cui il mondo scarica le proprie paturnie. E così ho bisogno di momenti di solitudine in cui non devo lavorare (un pomeriggio si può fare), in cui non voglio sentire i bambini del vicino che urlano con le vocette stridule, in cui i cani dell’altro vicino non abbaiano fino a farsi scoppiare le corde vocali, in cui non ci sia la TV accesa, in cui quando chiudo la porta nessuno mi venga a chiedere ogni dieci minuti se sto bene (quando magari sono stanca e voglio dormire), in cui voglio spegnere il telefono perché mi hanno messa in 18 gruppi whatsapp diversi dove scrivono a manetta e il tempo che mi rendo conto di essere nel gruppo trovo già 120 messaggi. E quando finalmente mi sono riposata, non voglio uscire dalla stanza e trovare chi, col muso, mi rimprovera perché non c’ero, perché se sono a casa non posso fare come se non ci fossi. E non voglio trovare nemmeno chi mi rimprovera perché avevo il cellulare spento e mi facevo i cavoli miei. È rispetto degli spazi altrui, questa cosa sconosciuta.

Perché a volte mi sento un’aliena, una che vede e sente cose che chi è intorno a me non vede e non sente. E mi viene da dubitare che sia io a sbagliarmi, però del mio intuito, delle mie sensazioni mi fido, perché su certe cose raramente sbaglio. E la fatica sta nel far capire a chi mi dà contro cose che non riesce a capire, perché è come spiegare la trigonometria a chi a stento arriva a fare un’addizione.