Far rumore

L’altra sera sono stata da lui, ché eravamo entrambi poco socievoli e per motivi diversi,non avevamo voglia di uscire. Ho portato birre e patatine e ci siamo messi a vedere un film su Netflix. Io, per mia natura, sono una persona estremamente pacata, almeno all’esterno, che cerca sempre di dar fastidio il meno possibile al mondo. Motivo per cui, dopo essermi seduta per caso sul pacco di patatine e averlo fatto esplodere con un botto simile a quello che fanno le confezioni dei Brioss quando li aprite facendo i fighi, ho immaginato che avrei fatto un casino assurdo masticando le patatine che, vuoi o non vuoi, scrocchiano assai. Le guardavo, ci pensavo, poi non le prendevo. Fino a quando lui ha preso il pacchetto e me l’ha dato. Perché, come mi ha detto più tardi, si “sentiva” che le volevo e non le prendevo per non fare rumore, per non dare fastidio (non pensavo di essere così trasparente per lui, e non solo per questo). E mi ha detto anche che in un certo senso è sbagliato, perché se in generale voglio qualcosa, la devo fare, devo fare rumore. Patatine o altro che sia.

Credo che sia un buon punto di partenza per correggere quello che potenzialmente è una bella qualità (l’essere pacati, il non voler dare fastidio, non fare rumore) ma che portato all’eccesso diventa un limite personale. E stare in sua compagnia mi piace perché è una persona che in qualche modo ha da insegnarmi qualcosa, che se crede che io sbagli in qualcosa (senza avere la presunzione di aver sempre ragione) me lo dice. E posso imparare, migliorarmi, quando capisco io stessa che ne vale la pena.

Dunque sì, fare più rumore, scrocchiare patatine quando voglio mangiarle anche se la persona accanto a me sta guardando il film, pensare che non tutto quello che faccio può dar fastidio al prossimo. Non è un proposito per il nuovo anno, ma ci provo già da ora.

Annunci

Gli abbracci

So di essere una persona particolare, ma in fondo sarebbe anormale se fossimo tutti uguali e funzionassimo tutti allo stesso modo. Per quanto mi riguarda, io non amo il contatto fisico, non mi piace essere toccata da persone con cui non ho una enorme confidenza, e gli abbracci sono un tasto dolente. Forse, anzi sicuramente, diamo tutti un significato diverso alle cose, ma io non abbraccerei mai una persona con cui non condivido una certa intimità, è una cosa che non sono abituata a fare nemmeno in famiglia. E non è che siamo tutti insensibili, cattivi o abbiamo carenze d’affetto, ma questo affetto ce lo dimostriamo in altri modi.
Questa cosa stona a molti, che ti vengono spesso a dire che è perché sei timido, perché non vieni abbracciato abbastanza, o perché non sai abbracciare. Ma non ho capito, è una cosa che si deve fare per forza? Non è più semplice rendersi conto che a molti può semplicemente non piacere? E niente, non lo capiscono e ti devono abbracciare per forza, stringerti, e tu rimani lì come uno stoccafisso, incapace di muoverti, sperando che quella persona si tolga da lì al più presto. Per educazione non le dici niente, e quindi quella nemmeno capisce di averti costretto a qualcosa che odi, di averti in qualche modo fatto violenza. Una volta una conoscente mi ha detto: “Dato che non vuoi essere abbracciata, quando ci vediamo ti acchiappo e ti spupazzo”. Ecco, alle mie orecchie questa frase non suona affatto bene, mi sembra più una minaccia che una cosa affettuosa. Voi andate in giro a fare appositamente agli altri qualcosa che li infastidisce? Io, onestamente no.

Per me l’abbraccio ha un valore altissimo, ho abbracciato pochissime persone che per me hanno avuto importanza e con cui avevo un legame forte, persone che ho amato e che mi hanno amato, e adesso una persona che frequento da un bel po’ (ma ecco, lo sento vicino a me e c’è quel rapporto per cui il contatto fisico non è fuori luogo, e le sue braccia sono spesso un rifugio per me).
Il punto è che dovremmo renderci conto più spesso che gli altri non la pensano come noi, che non dobbiamo comportarci con tutti allo stesso modo e che quello che per noi è bello per gli altri può non esserlo. E non sono io ad essere strana, ma è il mondo che è vario e bisognerebbe avere la sensibilità di rispettare tutti.

Il vuoto

Qualche giorno fa sono andata a un funerale, è morto il papà di una cara amica di famiglia che era anziano e malato. Mettendo da parte il dispiacere per l’amica, per tutta la famiglia, e per quel signore che era una gran persona per bene, mi sono trovata immersa in riflessioni di vario tipo mentre, dopo la messa, ci siamo messi in fila per dare un bacio ai parenti. Insomma, mi è capitato di sentire quello che le persone dicevano una volta arrivate lì, di vedere le espressioni sui loro visi e di provare a capire quali fossero sincere e quali no (e in questo mi sbaglio di rado). Va detto che intorno a queste persone, soprattutto la nostra amica, c’è tanto affetto, lei è una donna che si fa voler bene, ma era palese che molti fossero lì perché ci dovevano essere e dicessero frasi di circostanza che erano vuote, prive di ogni significato.
Ed è su questo che m’interrogo. Non è penoso ripetere a pappagallo cose che tutti dicono perché credono di dover dire? Non è penoso fare una faccina triste (per intenderci, le faccine fasulle di Barbara D’Urso? quelle) perché è un funerale e allora devi essere triste? Che significato ha un “non ci sono parole” detto a una a cui è morto il padre? È chiaro che non ci sono parole. Oppure un “mi dispiace”. È chiaro che ti dispiace, chi sarebbe contento della morte di un tuo parente?

Non so, magari sono pignola, per il mio continuo rimuginare su tutto – un faticoso rimuginare su tutto – ma spesso mi viene da pensare al vuoto che sta dietro alle nostre azioni e alle nostre parole, alle reali intenzioni. In quel caso a me non viene da dire niente, perché se è vero che non ci sono parole allora non dico alcuna parola, ti abbraccio e basta, ti dimostro il mio affetto con la forza o l’intensità delle mie braccia intorno a te. Ti penso, ti chiamo nei giorni successivi per vederci e farti svagare un po’. Ti parlo d’altro, ti chiedo di andare insieme a fare la spesa. Ma non parlatemi di frasi di circostanza, perché non ne posso sentire più.

Senza ombrello

Ci sono cose che non ho mai provato nella vita e che ho sempre voluto che succedessero. Sono sempre stata quella forte, quella che mantiene sempre il controllo, che non si lascia andare alla disperazione o alla confusione, che è una roccia sia per se stessa che per gli altri. E forse anche per questo, per il modo in cui gli altri mi vedono, non mi è mai stato possibile appoggiarmi davvero a qualcuno, lasciarmi andare per un attimo e dire “Aiutami perché adesso non ce la faccio”. Perché ce l’ho sempre fatta, non sono mai caduta del tutto, non ho mai chiesto a nessuno e non so nemmeno se quell’eventuale qualcuno una mano me l’avrebbe data, così occupato a vomitarti addosso i suoi problemi senza pensare ad aiutare te, dato che sei quella che non ne ha bisogno mai, di aiuto.

È una cosa stancante, ho sempre un livello di attenzione altissimo. Ho sempre voluto incontrare qualcuno che fosse più di me: più alto di me (non mi sono mai sentita più “piccola”, più “protetta” anche se di protezione proprio non ho bisogno ma deve essere una bella sensazione), più forte di me, più stabile di me, più sincero di me, più valido. Quando pensavo di averlo incontrato, scavando più a fondo c’erano delle crepe, ma non è quello il punto.

Sto lì, semplicemente, senza ombrello perché ormai non ne ho più bisogno, a farmi scivolare addosso la pioggia come se niente fosse.

Rispetto degli spazi altrui

Siamo tutti diversi. Io a volte percepisco un sovraccarico, perché sono una di quelle persone su cui il mondo scarica le proprie paturnie. E così ho bisogno di momenti di solitudine in cui non devo lavorare (un pomeriggio si può fare), in cui non voglio sentire i bambini del vicino che urlano con le vocette stridule, in cui i cani dell’altro vicino non abbaiano fino a farsi scoppiare le corde vocali, in cui non ci sia la TV accesa, in cui quando chiudo la porta nessuno mi venga a chiedere ogni dieci minuti se sto bene (quando magari sono stanca e voglio dormire), in cui voglio spegnere il telefono perché mi hanno messa in 18 gruppi whatsapp diversi dove scrivono a manetta e il tempo che mi rendo conto di essere nel gruppo trovo già 120 messaggi. E quando finalmente mi sono riposata, non voglio uscire dalla stanza e trovare chi, col muso, mi rimprovera perché non c’ero, perché se sono a casa non posso fare come se non ci fossi. E non voglio trovare nemmeno chi mi rimprovera perché avevo il cellulare spento e mi facevo i cavoli miei. È rispetto degli spazi altrui, questa cosa sconosciuta.

Perché a volte mi sento un’aliena, una che vede e sente cose che chi è intorno a me non vede e non sente. E mi viene da dubitare che sia io a sbagliarmi, però del mio intuito, delle mie sensazioni mi fido, perché su certe cose raramente sbaglio. E la fatica sta nel far capire a chi mi dà contro cose che non riesce a capire, perché è come spiegare la trigonometria a chi a stento arriva a fare un’addizione.

Reset. Ripartire da zero

Mi sono resa conto che la mia empatia (di cui non è che mi sia vantata, ma che ho sempre visto come un valore) non è applicabile a tutte le situazioni, che ci sono persone e cose che vanno gestite in modo del tutto opposto a quello ordinario. Gli avevo detto che avrei capito e l’avevo avvisato che mi sarebbe successo sicuramente di sbagliare in buona fede. Per capire, non ho capito, nonostante ci abbia provato più e più volte, ma non perché sia stupida, bensì perché ci sono delle cose che se non si provano non si possono capire. Di sbagliare invece mi è successo tante volte, nell’ultimo periodo tantissime. In una situazione normale, quando una persona ha un problema X, pensi che ribadirle la tua vicinanza non possa farle che bene, ma ci sono situazioni Y in cui il fatto che tu cerchi di capire, il fatto che tu dica “sono qui e ti aspetto” paradossalmente possono peggiorare tutto, perché quello si sente addosso una responsabilità o un debito verso di te. Ecco, ho sbagliato tutto. Ho fatto credere all’altra persona di avere la responsabilità del mio umore felice o triste, di dover essere un punto di riferimento per me, quando non è un punto di riferimento neanche per se stessa, gli ho creato del dolore solo chiedendogli a ripetizione “come stai?”. E il modo migliore di dare il mio sostegno e assicurare la mia vicinanza, invece, è solo dare tempo, appoggio e non diventare un’ulteriore fonte di ansia che l’altra persona non si può permettere di aggiungere al suo già grandissimo carico.

Pensavo di poter capire, ma non posso e non posso nemmeno aspettarmi una spiegazione dettagliata di cosa gli altri provino e di come porsi nei loro confronti. Solo piccole indicazioni, perché purtroppo non esistono manuali di istruzioni in questi casi. E spero che dopo tutti gli errori che ho fatto non sia tardi.